Il nuovo turismo enogastronomico internazionale: cosa cercano davvero i viaggiatori che arrivano in Italia (e perché la Sicilia è al centro del gioco)
Negli ultimi anni è successo qualcosa di interessante: mentre noi eravamo impegnati a discutere di menu degustazione e apericene, il turismo enogastronomico internazionale è letteralmente esploso. E oggi non è più “un bel trend”. È una delle prime motivazioni reali che spinge gli stranieri a scegliere l’Italia.
Lo dicono i dati, lo confermano gli operatori, e – cosa ancora più importante – lo dimostrano le aspettative dei viaggiatori: sempre più alte, sempre più consapevoli, sempre più legate al “gusto” come porta d’ingresso alle identità dei territori.
E sì, la Sicilia sta salendo sul podio con una velocità che non sorprende… a noi che qui ci viviamo.
Il potere del gusto: perché gli stranieri vengono davvero in Italia
C’è una cosa che colpisce subito: nei sei mercati internazionali più importanti (Germania, UK, USA, Austria, Svizzera e Francia), il cibo e il vino sono la prima associazione mentale legata all’Italia.
Altro che “pizza e mandolino”: parliamo di esperienze autentiche, paesaggi rurali, prodotti identitari e luoghi del gusto che raccontano una storia lunga secoli.
- Nel Regno Unito più del 60% ha già viaggiato per motivi enogastronomici.
- In Francia e negli USA le percentuali volano più in alto.
- E tutti, proprio tutti, mettono la bellezza del paesaggio rurale fra i fattori decisivi nella scelta della destinazione.
È come dire: “mostratemi dove nasce quello che mangio, e io prenoto”.
E qui… beh, la Sicilia può solo sorridere.
Le regioni più amate dagli stranieri (e perché la Sicilia sta spingendo sull’acceleratore)
La classifica delle destinazioni enogastronomiche più desiderate conferma una cosa semplice: i viaggiatori cercano luoghi dove l’identità è forte e riconoscibile.
E indovina chi c’è in cima?
- Toscana (ok, classico intramontabile)
- Sicilia (e qui si apre una porta gigantesca per noi)
- Sardegna
- Puglia
Quando il vino entra nel dettaglio, spuntano star come Etna, Chianti, Montepulciano, Montalcino. L’Etna, in particolare, conquista i francesi fino al 40% delle preferenze. Non male per un vulcano che negli ultimi anni è diventato uno dei “luoghi del vino” più citati al mondo.
Cosa cercano gli stranieri quando mangiano (e bevono) in Italia
La nuova generazione di viaggiatori del gusto non vuole più solo “assaggiare” un territorio: vuole entrarci in relazione.
E qui emergono nuove parole-chiave:
1) Intimità gastronomica
Piccoli gruppi, dialogo con chef e produttori, tavoli sociali, visite slow.
Il viaggiatore vuole sentire che l’esperienza è stata creata “per lui”, non per tutti.
2) Semplicità autentica
C’è un ritorno a ciò che è essenziale: vigne, uliveti, caseifici, micro-birrifici, aziende di famiglia.
Le persone vogliono il racconto, non il “wow” artificiale.
3) Benessere e longevità
Le Blue Zones italiane stanno facendo scuola: mangiare bene, vivere bene, muoversi nella natura, incontrare comunità locali.
4) Comunità del gusto
Orti condivisi, cucine partecipate, wine club, fattorie didattiche evolute.
Non più turisti, ma membri temporanei di una comunità.
Insomma: meno “turista consumatore”, più “ospite che partecipa”.
Come gli stranieri scelgono, prenotano e vivono le esperienze
Qui entra in gioco un fattore che per noi operatori è ormai pane quotidiano (o dovrebbe esserlo): la digitalizzazione
- I consigli degli amici restano la prima fonte di ispirazione (fino al 60%).
- Ma i canali digitali stanno conquistando francesi e americani in modo impressionante.
- Tedeschi e britannici… decidono spesso sul posto. (E già li vedo entrare nelle cantine chiedendo informazioni direttamente in loco.)
E gli acquisti?
Gli stranieri sono disposti a spendere da 21 a 60 euro per un pasto tipico.
Sui tour in cantina, la fascia più amata è 21–40 euro.
Per musei del gusto e acetaie, molti restano sotto i 20 euro.
C’è una cosa interessante: la spesa media non è altissima, ma la propensione al numero di esperienze sì.
Meglio tante esperienze brevi che una lunga e costosa.
Parola d’ordine: “fammi vivere più cose possibile”.
L’intelligenza artificiale: se non ci sei, non esisti
Questa è la parte che, da operatrice del settore, mi fa dire: “ok, rimbocchiamoci le maniche”.
Un dato su tutti:
il 21% degli americani e il 18% dei francesi sta già pianificando il viaggio attraverso piattaforme AI.
Questo significa che:
- se un’esperienza non è sui portali internazionali (GetYourGuide, Viator, Musement, Airbnb Experiences),
- se i dati non sono aggiornati, coerenti, leggibili,
- se il sistema non capisce chi sei,
semplicemente… non esisti.
E non è una metafora.
Le AI diventano i nuovi “motori di ricerca emozionali”.
Gli operatori che vogliono vivere del turismo dovranno imparare a parlare questa lingua.
Magari restando autentici, ma usando formati strutturati, reti informative condivise e dati puliti.
Il futuro non è fantascienza: è SEO, contenuti e… ordine.
Competenze: senza una rete, i territori si fermano
C’è un grande tema che ritorna spesso nei discorsi degli operatori: la qualità dei prodotti agricoli spesso non si accompagna alla qualità delle competenze digitali o turistiche.
Ed è qui che il settore si gioca il futuro.
Servono:
- hospitality manager
- product manager enogastronomici
- consulenti di turismo esperienziale
- guide formate
- figure ibride capaci di far incontrare produzione, ospitalità e storytelling
In poche parole: serve una filiera del gusto che funzioni come una comunità professionale.
Dalla promozione alla cura: come cambiano le destinazioni
Il turismo enogastronomico sta diventando un modello di sviluppo rigenerativo. Non basta attirare visitatori: bisogna garantire che ogni arrivo generi valore economico, sociale e culturale.
Le destinazioni oggi devono lavorare su quattro leve:
- Stewardship territoriale: prendersi cura del paesaggio e delle comunità.
- Misurazione degli impatti: non solo flussi, ma effetti concreti.
- Digitalizzazione: visibilità, personalizzazione, gestione.
- Competenze: formare chi produce, accoglie, guida.
È un cambio di paradigma: il valore non sta più nel numero, ma nel significato del viaggio.
E la Sicilia? Qui c’è un potenziale enorme
La Sicilia è tra le regioni più desiderate dagli stranieri proprio per ciò che il nuovo turismo del gusto sta cercando:
- paesaggi rurali iconici
- vini identitari (Etna in testa)
- produzioni artigiane antichissime
- comunità ospitali
- una cultura gastronomica unica al mondo
Per noi operatori, la sfida è semplice da dire e complessa da attuare: collegare tutto questo in esperienze leggibili, prenotabili e raccontate bene.
Un piatto non basta più: serve la storia, la persona, il luogo, il ritmo. Serve autenticità, ma anche una buona dose di strategia, e la vecchia Salumeria di Marsala è già una realtà..

Il nuovo turismo enogastronomico internazionale: cosa cercano davvero i viaggiatori che arrivano in Italia
Il turismo enogastronomico non è più un settore di nicchia: è una delle grandi strade del futuro italiano.
E se c’è una regione che può interpretare questa visione con forza, quella è proprio la Sicilia: un laboratorio naturale dove tradizione, innovazione e identità convivono ogni giorno.
Il messaggio è chiaro:
il viaggio del gusto sta cambiando.
Sta diventando più umano, più consapevole, più relazionale.
E noi – come operatori, territori, comunità – abbiamo l’occasione perfetta per rispondere con la stessa profondità.
Meno teoria e più azione: ci siamo.
Il nuovo turismo enogastronomico internazionale: cosa cercano davvero i viaggiatori che arrivano in Italia
